martedì 17 gennaio 2012

Quale identità culturale per la seconda generazione?

L’identità non è tanto un attributo del singolo individuo quanto una relazione tra soggetti.I minori stranieri vengono a contatto, nel nuovo Paese, con un ambiente diverso, un’altra lingua, altre regolesociali. Il loro disorientamento può essere ricondotto a tre aree di cambiamento: linguistico, dello spazio geografico e del corpo.L'identità è innanzitutto una questione collocamento della frontiera. Essa è costituita dalla separazione. L'opposizione classica tra "noi" e "loro" è una delle dimensioni fondamentali di ogni identità. Ma questa frontiera non è data. Non solo è instabile e mutevole, ma è anche un gioco di conflitti e lotte fra gruppi e attori sociali.L'immigrato è doppiamente colpevole d'appartenenza e di tradimento: appartiene al suo gruppo d'origine senza appartenervi e reciprocamente appartiene alla società d'accoglienza senza neanche farne parte. Introduce la diversità sia all'interno della società nazionale che all'interno della comunità etnica.Spazi di identitàLo spazio linguistico. Numerosi studi hanno rilevato il costo psicologico richiesto al bambino migrante diviso fra le esigenze dell’ambiente di accoglienza, che gli chiede di parlare in fretta la seconda lingua, e la richiesta della famiglia, di mantenere il codice di origine. La situazione della migrazione e della seconda lingua potrebbe consentire al bambino straniero di diventare bilingue coordinato. Nella realtà – a causa dei vissuti di vergogna per la propria appartenenza o dei messaggi di svalorizzazione di fatto delle lingue materne da parte dell’ambiente - il bambino tende a“dimenticare” la propria lingua materna man mano che procede nell’acquisizione dell’italiano.Lo spazio geografico. La modificazione più evidente introdotta dalla migrazione riguarda lo spazio geografico nel quale il bambino si trova a vivere, considerato nei suoi aspetti materiali e fisici, ma anche negli aspetti sociali, culturali, legati alla complessità delle interazioni tra gli individui. In certi casi, i genitori isolati e privi di relazioni significative con gli autoctoni, vittime di episodi di discriminazione e di esclusione, possono investire il luogo di residenza di valori negativi, trasmettendo ai figli un’idea dell’ambiente di accoglienza come pericoloso, non condivisibile nei messaggi e nelle regole. Questa percezione negativa può creare problemi al minore nel suo processo di autonomia e di conquista dello spazio esterno alla dimora familiare.Lo spazio del corpo“Se dovessi farmi un autoritratto, mi disegnerei biondo con gli occhi azzurri. Poi mi pongo il problema: ma io sono davvero così? No. Allora mi rifaccio con gli occhi a mandorla, bassetto e con i capelli neri. Per tanto tempo non sapevo chi ero: mi offendevo sia se un cinese mi diceva italiano, sia se un italiano mi diceva cinese (Martinetti, Genovese, 1998). Il bambino straniero acquisisce nel Paese d’origine e all’interno della famiglia immigrata, un certo modo di concepire il corpo e le frontiere dell’intimità, un modo di stabilire relazioni con gli altri e di delimitare lo spazio dell’intimità. Il vissuto di dissonanza cognitiva ed emotiva, conseguenza del disorientamento vissuto nel momento dell’arrivo in un nuovo Paese, può portare a una sorta di congelamento dell’espressione fisica, oltre che delle parole. Inoltre, il minore straniero è spesso soggetto a forme di autosvalutazione rispetto al proprio aspetto, al colore della pelle, ai capelli: alcuni bambini si raffigurano allora con caratteristiche idealizzate e non pertinenti rispetto ai loro tratti somatici.

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