martedì 17 gennaio 2012
I giovani di origine non italiana e il rapporto con le istituzioni
La legge 91 del 1992 stabilisce che acquistano automaticamente alla nascita la cittadinanza italiana coloro i cui genitori (anche soltanto il padre e la madre) siano cittadini italiani: per la legge italiana è cittadino di questo Stato chi è figlio di cittadino italiano, in base al principio dello “jus sanguinis”, in che luogo si nasce non conta.Coloro che nascono in Italia da cittadini stranieri possono richiedere lacittadinanza italiana al compimento del 18 anno di età,dimostrando di aver risieduto ininterrottamente in Italia dalla nascita,possono richiedere la cittadinanza se i loro genitori hanno provveduto a registrarli come residenti immediatamente dopo essere nati.La stessa legge prevede che possono acquisire la cittadinanza coloro che risiedono in Italia da almeno dieci anni dimostrando di avere i requisiti di reddito e di regolarità della residenza.I ragazzi di seconda generazione non sono migranti perché non hanno vissuto alcun percorso migratorio ma non sono nemmeno riconosciuti come autoctoni (per la legge italiana, una delle più restrittive d’Europa). In questo modo al compimento dei diciotto anni sono costretti a districarsi tra un permesso di soggiorno per studio o per lavoro, tra decreti e circolari, iniziando così un percorso pieno di ostacoli che li pone nella paradossale condizione di sentirsi stranieri in patria.
Le diverse assimilazioni delle “seconde generazioni” nella nuova società
.In Italia, esistono diversi fattori che potrebbero impedire l’integrazione socio-culturale delle “seconde generazioni”: la legge Bossi- Fini che ha inasprito fortemente la condizione degli immigrati considerandoli esclusivamente come risorsa lavoro e la rigida limitazione delle possibilità di accesso alla nazionalità italiana per gli immigrati residenti da molto tempo in Italia. In questo modo, le relazioni che i giovani di origine straniera instaurano con il Paese di arrivo risultano essere ambigue, poiché la società sembra pretendere una piena integrazione, ma allo stesso tempo, non pone le basi perché essa possa realmente verificarsi. In questo quadro di possibile predestinazione negativa non bisogna cadere nel rischio di generalizzazione, molti ragazzi, figli di persone che hanno immigrato hanno iniziato una brillante carriera e un buon riconoscimento da parte della società italiana. Ciò è avvenuto, in particolar modo, attraverso l’istituzione scolastica e il mondo del lavoro. La scuola, dovrebbe aiutare l’inserimento di questi ragazzi all’interno del tessuto sociale. Il mercato del lavoro, dovrebbe, invece, creare un terreno occupazionale ai giovani, sfruttando la ricchezza che possono dare al contesto italiano e non utilizzarli come persone indispensabili nei lavori più umili – come si è fatto in passato con i loro genitori - , in modo da evitare che lo scarto tra le aspettative create dal processo di inserimento e la mancanza di qualifiche professionali adeguate alle loro competenze, possa creare un forte senso di frustrazione.
Quale “seconda generazione”? Il dibattito attorno al termine
Il termine “seconde generazioni” nasce negli Stati Uniti all’inizio del Novecento, quando gli studi sull’immigrazione proveniente dal continente Europeo verso il Nuovo continente iniziano ad acquisire organicità. In Francia, ad esempio quando si parla di seconde generazioni, ci si riferisce per lo più ai figli degli algerini e provenienti dal Maghreb in generale; negli Stati Uniti il termine si è spostato, negli anni, dai figli degli europei ai figli di asiatici e ispanici. In Italia, generalmente confluiscono in questa categoria casi molto diversi, che vanno dai bambini nati e cresciuti nella società ricevente, agli adolescenti ricongiunti hanno compiuto un processo di socializzazione nel paese di origine. Il quadro è complicato da alcuni casi eterogenei, come quelle dei figli di coppia mista e dei piccoli nomadi, che nel sistema scolastico vengono equiparati ai minori di origine straniera in quanto identificati come portatori di eterogeneità culturale. La stessa definizione del termine risulta complessa e ricca di ambiguità: solitamente viene utilizzato il termine “minore straniero”perché risulta essere un termine neutro, che rimanda alla situazione giuridica, piuttosto che alla storia diretta o familiare di migrazione. Sarebbe improprio definirli “immigrati” dal momento che circa la metà di loro è nata in Italia e conosce il paese di origine solo indirettamente, attraverso i racconti dei propri genitori.
Il ruolo del contesto d’accoglienza
Il problema per i ragazzi che devono scegliere chi essere e dove essere - società d'origine, società d'accoglienza - sta proprio nella loro scarsa capacità di lettura e giudizio sui due mondi coi quali loro sono in contatto. Si è precedentemente riportato quanto il passato, la provenienza e quindi spesso la famiglia sono svalutati in termini di valori, di credenze, di pratiche di vita; il presente, il nuovo paese, i valori e la cultura della maggioranza vengono invece idealizzati perché vincenti e premianti. Ma il rischio a cui va incontro il ragazzo è il conflitto interculturale, la non appartenenza,l'esclusione sociale. Il rischio è di vedere disattese le aspettative della migrazione e della vita in contesto"altro". Non è infatti da dimenticare che alla posizione del ragazzo di appartenere al nuovo mondo, per modi di pensiero, costumi, lingua, non necessariamente e soprattutto non automaticamente segue l'accoglienza di questo "nuovo membro" da parte del gruppo di maggioranza.
Gli strumenti a supporto dei minori stranieri
Affinché la vulnerabilità dei minori stranieri non si trasformi in disagio è necessario che ci siano tempi, luoghi, persone e strumenti in grado di facilitare il loro inserimento. Numerosi studi condotti sul tema del bilinguismo infantile portano ad affermare che è positivo mantenere e sviluppare la lingua materna. Cummins e Balboni hanno dimostrato infatti che il mantenimento della lingua d’origine aiuta lo sviluppo cognitivo del bambino immigrato e facilita il successo scolastico.Il posto della lingua madre Gran parte dei bambini e dei ragazzi stranieri conosce e pratica quotidianamente un’altra lingua, a casa e con i connazionali. Si possono riconoscere e valorizzare gli apporti linguistici diversi, offrendo a tutti gli alunni occasioni di conoscenza del plurilinguismo “vissuto e praticato” dai loro compagni. Il legame tra la lingua e la costruzione dell’identità è intricato e inscindibile. Le parole del codice materno, della lingua degli affetti strutturano il sé bambino e costitutiscono una sorta di “pelle” degli individui. Essa innerva la nostra vita psicologica, i nostri ricordi, associazioni, schemi mentali.
Come reagisce il minore di fronte alle sfide del “problema” identità?
Si chiede in genere ai minori immigrati di adattarsi in fretta e di trovare il proprio posto all’interno di riferimenti, regole implicite o esplicite e routine. La migrazione è per molti un' opportunità’. Ma è anche una fatica. Fatica dell’identità tesa a trovare un equilibrio fra le origini e il futuro, fra la storia familiare e i progetti individuali, fra gli obblighi e i vincoli collettivi e i desideri personali. Il minore si trova così a dover cercare di proporne una propria, operazione estremamente complessa. In questa realtà, il minore straniero tenta di ricomporre le lacerazioni che vive, adottando varie strategie.La migrazione è per molti un’opportunità. Ma è anche una fatica. Fatica dell’identità tesa a trovare un equilibrio fra le origini e il futuro, fra la storia familiare e i progetti individuali, fra gli obblighi e i vincoli collettivi e i desideri personali per coloro che giungono qui da bambini o da ragazzi. Il minore si trova così a dover cercare di proporne una propria, operazione estremamente complessa e articolata.In questa realtà, il minore straniero tenta di ricomporre le lacerazioni che si trova a vivere attraverso varie soluzioni.
Cosa viene chiesto al minore ?
Strategie di adattamento Si chiede in genere ai minori immigrati di adattarsi in fretta e di trovare il proprio posto all’interno di riferimenti, regole esplicite o implicite, routine quotidiane comuni e sedimentate. Si chiede loro di apprendere rapidamente l’italiano e di esprimere, attraverso nuove parole, pensieri, eventi, concetti e riflessioni. Le aspettative familiari e della scuola premono affinché la fase di adattamento sia veloce, ridotta nel tempo, autogestita e il periodo disorientamento sia silenzioso e invisibile. I genitori tendono infatti a ignorare o sottovalutare ilpeso delle sfide che i loro figli devono attraversare e comunque si trovano spesso nella condizione di non poterli aiutare, dato che non conoscono la lingua, le regole implicite, le aspettative e i messaggi degli spazi educativi, della scuola e dei luoghi di socializzazione. Essi hanno inoltre la difficoltà di assumere il ruolo di esempio e di mediatori tra lo spazio interno, familiare e quello esterno. Ecco allora che tale ruolo viene assunto dai figli.
Che cosa provocano i problemi di identità?
I problemi di identità provocano difficoltà comunicative, non solo di tipo linguistico, e rendono difficile al bambino straniero esprimere la sua diversità e il possibile disagio che ne consegue. Questa posizione fa sì che il corpo sia spesso il suo canale di espressione più immediato.
La rappresentazione di sé, il desiderio di mascheramento dei bisogni profondi, in quanto non riconosciuti o non accettati dal contesto sociale di approdo, è spesso alla base dell’uso frequente dei codici e dei canali non verbali.Tale situazione, se persiste, può portare alla persistenza di comportamenti mascherati che, basati su regole di scissione e negazione, realizzano la struttura difensiva del programma comunicativo del soggetto. Soprattutto nei casi in cui le differenze somatiche impediscono al soggetto il completo mimetismo all’interno della società ospitante, ribadendo costantemente a lui e agli altri la sua differenza, le difese istituite dal soggetto possono intaccare l’identità personale e la relativa immagine del corpo. Alcune ricerche hanno mostrato come alcuni bambini non autoctoni, specie se appartenenti a culture molto diverse da quella in cui vengono inseriti, tendano a raffigurarsi con caratteristiche idealizzate e non pertinenti ai loro tratti somatici. In casi come questi il corpo diventa un codice meta comunicativo, capace di esprimere i sentimenti e le emozioni profonde, difficilmente comunicabili attraverso l’uso di altri codici. La ricerca prevedeva che i bambini rappresentassero se stessi attraverso il disegno, scelto come modalità più proiettiva (e quindi meno “razionalizzata”) di esprimersi.
La rappresentazione di sé, il desiderio di mascheramento dei bisogni profondi, in quanto non riconosciuti o non accettati dal contesto sociale di approdo, è spesso alla base dell’uso frequente dei codici e dei canali non verbali.Tale situazione, se persiste, può portare alla persistenza di comportamenti mascherati che, basati su regole di scissione e negazione, realizzano la struttura difensiva del programma comunicativo del soggetto. Soprattutto nei casi in cui le differenze somatiche impediscono al soggetto il completo mimetismo all’interno della società ospitante, ribadendo costantemente a lui e agli altri la sua differenza, le difese istituite dal soggetto possono intaccare l’identità personale e la relativa immagine del corpo. Alcune ricerche hanno mostrato come alcuni bambini non autoctoni, specie se appartenenti a culture molto diverse da quella in cui vengono inseriti, tendano a raffigurarsi con caratteristiche idealizzate e non pertinenti ai loro tratti somatici. In casi come questi il corpo diventa un codice meta comunicativo, capace di esprimere i sentimenti e le emozioni profonde, difficilmente comunicabili attraverso l’uso di altri codici. La ricerca prevedeva che i bambini rappresentassero se stessi attraverso il disegno, scelto come modalità più proiettiva (e quindi meno “razionalizzata”) di esprimersi.
Quale identità culturale per la seconda generazione?
L’identità non è tanto un attributo del singolo individuo quanto una relazione tra soggetti.I minori stranieri vengono a contatto, nel nuovo Paese, con un ambiente diverso, un’altra lingua, altre regolesociali. Il loro disorientamento può essere ricondotto a tre aree di cambiamento: linguistico, dello spazio geografico e del corpo.L'identità è innanzitutto una questione collocamento della frontiera. Essa è costituita dalla separazione. L'opposizione classica tra "noi" e "loro" è una delle dimensioni fondamentali di ogni identità. Ma questa frontiera non è data. Non solo è instabile e mutevole, ma è anche un gioco di conflitti e lotte fra gruppi e attori sociali.L'immigrato è doppiamente colpevole d'appartenenza e di tradimento: appartiene al suo gruppo d'origine senza appartenervi e reciprocamente appartiene alla società d'accoglienza senza neanche farne parte. Introduce la diversità sia all'interno della società nazionale che all'interno della comunità etnica.Spazi di identitàLo spazio linguistico. Numerosi studi hanno rilevato il costo psicologico richiesto al bambino migrante diviso fra le esigenze dell’ambiente di accoglienza, che gli chiede di parlare in fretta la seconda lingua, e la richiesta della famiglia, di mantenere il codice di origine. La situazione della migrazione e della seconda lingua potrebbe consentire al bambino straniero di diventare bilingue coordinato. Nella realtà – a causa dei vissuti di vergogna per la propria appartenenza o dei messaggi di svalorizzazione di fatto delle lingue materne da parte dell’ambiente - il bambino tende a“dimenticare” la propria lingua materna man mano che procede nell’acquisizione dell’italiano.Lo spazio geografico. La modificazione più evidente introdotta dalla migrazione riguarda lo spazio geografico nel quale il bambino si trova a vivere, considerato nei suoi aspetti materiali e fisici, ma anche negli aspetti sociali, culturali, legati alla complessità delle interazioni tra gli individui. In certi casi, i genitori isolati e privi di relazioni significative con gli autoctoni, vittime di episodi di discriminazione e di esclusione, possono investire il luogo di residenza di valori negativi, trasmettendo ai figli un’idea dell’ambiente di accoglienza come pericoloso, non condivisibile nei messaggi e nelle regole. Questa percezione negativa può creare problemi al minore nel suo processo di autonomia e di conquista dello spazio esterno alla dimora familiare.Lo spazio del corpo“Se dovessi farmi un autoritratto, mi disegnerei biondo con gli occhi azzurri. Poi mi pongo il problema: ma io sono davvero così? No. Allora mi rifaccio con gli occhi a mandorla, bassetto e con i capelli neri. Per tanto tempo non sapevo chi ero: mi offendevo sia se un cinese mi diceva italiano, sia se un italiano mi diceva cinese (Martinetti, Genovese, 1998). Il bambino straniero acquisisce nel Paese d’origine e all’interno della famiglia immigrata, un certo modo di concepire il corpo e le frontiere dell’intimità, un modo di stabilire relazioni con gli altri e di delimitare lo spazio dell’intimità. Il vissuto di dissonanza cognitiva ed emotiva, conseguenza del disorientamento vissuto nel momento dell’arrivo in un nuovo Paese, può portare a una sorta di congelamento dell’espressione fisica, oltre che delle parole. Inoltre, il minore straniero è spesso soggetto a forme di autosvalutazione rispetto al proprio aspetto, al colore della pelle, ai capelli: alcuni bambini si raffigurano allora con caratteristiche idealizzate e non pertinenti rispetto ai loro tratti somatici.
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